La 26ª edizione della Dutch Design Week ha presentato il lavoro di oltre 2.500 designer, da professionisti affermati a talenti emergenti, insieme a collaborazioni con grandi marchi. Il tema, Rebel Authentic Worth (R.A.W.), si è concentrato sul valore sociale, culturale ed economico del design, ponendo l’accento sulla sperimentazione, la ricerca sui materiali e l’immaginazione radicale.

Il programma ha messo in evidenza approcci grezzi e sperimentali, in un momento in cui la tecnologia e l’IA favoriscono sempre più l’ottimizzazione e la perfezione visiva. Diversi progetti hanno inoltre preso in esame l’incertezza legata al progresso tecnologico e il modo in cui il design potrebbe offrire prospettive alternative. Ecco 11 progetti che si sono distinti.

L’annuale Graduation Show della Design Academy Eindhoven ha riunito oggetti, installazioni e ricerche realizzati dai designer diplomandi. I progetti hanno esaminato contraddizioni che vanno dai modi in cui le tradizioni possono creare senso di appartenenza pur portando con sé retaggi coloniali o nazionalisti alle possibilità — e all’incertezza economica — associate alle professioni emergenti. La mostra ha affrontato anche i sistemi istituzionali, poiché poco tempo prima gli studenti avevano protestato contro quelli che definivano spazi di studio inadeguati e strutture limitate.

Blind Spots, un’installazione pubblica di Fairspace, Studio Shruthi Venkat e Sagitta Creatives, si è interrogata su chi debba tutelare la sicurezza pubblica. Attraverso telecamere di sorveglianza, schermi e reti da cantiere, ha esplorato la sovrapposizione tra protezione, sorveglianza e controllo. I visitatori si muovevano attraverso strati di rete, ascoltavano testimonianze registrate e potevano aggiungere alle reti i racconti delle proprie esperienze, creando una testimonianza in continua crescita delle diverse concezioni di sicurezza.

In Woven Landscapes, l’artista e ricercatrice di materiali Ori Orisun Merhav ha combinato fibre di palma intrecciate con resina prodotta dagli insetti. Le forme scultoree hanno considerato come i materiali modellati dagli organismi viventi possano influenzare il design. Merhav, che ha fondato lo studio di ricerca Made by Insects, studia la lacca, una resina naturale secreta da alcuni insetti. I vasi ottenuti mettono in dialogo le tecniche di intreccio e legatura con i processi biologici.

L’artista e designer anglo-nigeriano Yinka Ilori ha collaborato con il marchio olandese di articoli per la casa Brabantia a There Is Magic in Joy, una collezione in edizione limitata pensata per rendere più piacevoli le faccende quotidiane. La gamma applica i colori vivaci e i motivi grafici di Ilori a oggetti pratici, tra cui coperture per assi da stiro e pattumiere.

TAM Industries, con sede a Eindhoven, ha utilizzato l’installazione House of Lights per dimostrare come la stampa 3D possa introdurre forme più espressive nell’architettura prefabbricata. La struttura è stata stampata con plastica riciclata usando le macchine dell’azienda, integrando il colore nel materiale anziché applicarlo come vernice. L’illuminazione integrata modificava l’aspetto della facciata dopo il tramonto. Il progetto ha inoltre considerato come riutilizzare i materiali quando la struttura non sarà più necessaria.

Beacons of Hope di Rive Roshan ha utilizzato vetro, metallo e luce in movimento per creare riflessi mutevoli. Il duo di designer di Amsterdam ha concepito l’installazione come un luogo in cui i visitatori possano fermarsi e trovare vicinanza e rassicurazione in tempi incerti.

L’artista Gijs Schalkx ha presentato Onderweg naar een toekomst (In viaggio verso un futuro), una collezione di veicoli funzionanti che comprende una motocicletta alimentata a gas di palude, un’auto che funziona con rifiuti di plastica e una bicicletta elettrica volante. Queste macchine anticonvenzionali mettono in discussione le idee comuni di efficienza, progresso e sostenibilità. Schalkx ha affermato che i veicoli intendono rivelare i sistemi e le infrastrutture che stanno dietro alla tecnologia, anziché rifiutarla.

The DIRT’s The Ashtray, the Cupboard, and the Leather Boots ha esplorato perché i beni di uso comune possano diventare preziosi grazie ai ricordi personali. La mostra è nata da conversazioni con tre donne su oggetti a cui erano legate; le registrazioni delle conversazioni accompagnavano nuove opere delle designer Stina Henriksson, Lotte Raida e Astrid Vagner. I loro lavori hanno esaminato i legami tra oggetti, memoria e identità, includendo rituali legati al fuoco, ricordi del campeggio e aspettative relative ai corpi femminili e alle calzature.

Gli studenti della Swedish School of Textiles hanno presentato Exit26, una mostra che andava oltre le definizioni convenzionali di tessuto. Le opere hanno messo in relazione artigianato, tecnologia, colore e materialità, spaziando tra tessuti, scultura e design da indossare. Tra queste, The Jeweld Hand di Viola Schmidt presentava fili che si dipanavano da un lungo guanto di camoscio, mentre Weaving Life Stories of Resilient Women di Phlox van Oppen utilizzava una tessitura jacquard a più strati per esaminare resilienza e trasformazione.

Picche, la cassettiera di Atelier Arunika progettata da Arunika Sarkar e realizzata a mano in India, ha reinterpretato il mobile contenitore con cassetti arrotondati a forma di pillola e proporzioni giocose. Ispirato al design postmoderno e all’universo visivo del regista Wes Anderson, l’oggetto tratta un elemento funzionale come qualcosa dotato di carattere e presenza propri.

Infine, Impakt – Centre for Media Culture ha presentato Code 2026: Terms of Intimacy, una mostra di sette opere sui modi in cui le tecnologie digitali raccolgono e utilizzano voci, attenzione e dati corporei. Tra gli argomenti affrontati figuravano il consenso biometrico e la compagnia dell’IA. La mostra ha trasformato le questioni di privacy e autonomia in esperienze fisiche e interattive, chiedendosi come le tecnologie che promettono intimità e connessione possano anche influenzare chi le utilizza.

Fonti: Design Milk.