Antoni Gaudí descrisse una volta la Facciata della Passione della Sagrada Família di Barcellona come qualcosa che avrebbe dovuto essere «dura e crudele, come se fosse fatta di ossa». L’ingresso rivolto a ovest utilizza forme scheletriche per evocare la sofferenza umana e gli ultimi giorni di Cristo, in contrasto con la più organica Facciata della Natività sul lato opposto della basilica.
Gaudí attinse ripetutamente alle strutture scheletriche nelle sue opere. Casa Batlló, a Barcellona, ampiamente nota come la Casa delle Ossa, presenta un design associato alle vertebre di un drago, mentre Casa Milà include archi ondulati che ricordano una gabbia toracica. Il suo approccio considerava l’anatomia non solo come ornamento, ma anche come possibile modello per la struttura portante di un edificio.
L’uso architettonico di ossa e teschi precede Gaudí di migliaia di anni. Comunità del Medio Oriente esponevano teschi umani negli spazi domestici già nel 7.200 a.C., apparentemente per onorare gli antenati. In Mesoamerica, gli Aztechi costruivano tzompantli—elaborate rastrelliere per esporre i resti dei prigionieri sacrificati—come dimostrazioni di potere.
I teschi divennero particolarmente presenti nell’arte e nell’architettura europee dopo la Peste Nera, quando i memento mori servivano a ricordare la transitorietà della vita. Con il riempirsi dei cimiteri durante il Medioevo e la prima età moderna, i resti venivano riesumati e trasferiti in cripte decorate con ossa. La Capela dos Ossos portoghese del XVI secolo e l’Ossario di Sedlec, nella Repubblica Ceca, sono esempi notevoli.
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, architetti tra cui Gaudí studiavano l’anatomia scheletrica come fonte sia di un linguaggio visivo sia di idee strutturali. Le opere risultanti spaziano da edifici religiosi d’avanguardia a costruzioni contemporanee progettate per assomigliare alle ossa, dimostrando l’influenza duratura dello scheletro umano sull’architettura.
Fonti: Architectural Digest.