L’espansione dei data center nelle aree rurali solleva interrogativi tra i residenti delle zone vicine sul valore degli immobili e sui costi necessari a sostenere strutture ad alto consumo energetico. Le ricerche citate in una nuova analisi di Jones & Swanson offrono qualche rassicurazione sui prezzi delle case, ma non risolvono le preoccupazioni riguardo a elettricità, acqua e rumore.

Uno studio di Realtor.com ha esaminato 43 codici ZIP in cui sono stati aperti grandi data center tra il 2019 e il 2025, confrontandoli con aree simili prive di una struttura del genere. Non ha rilevato differenze statisticamente significative nell’aumento del valore delle case nei primi due anni dall’apertura di un data center; in generale, gli immobili nei codici ZIP studiati hanno acquistato valore a un ritmo simile a quello delle case comparabili in altre zone.

I risultati presentano dei limiti. Lo studio ha utilizzato le medie dei codici ZIP anziché i dati sui singoli immobili, ha escluso il Texas e altri 11 stati in cui i prezzi di vendita non sono resi pubblici e ha seguito l’andamento dei prezzi per soli due anni. Gli effetti a lungo termine restano quindi incerti. Realtor.com ha inoltre rilevato che il grande data center mediano aperto nel 2026 si trovava in un’area con 32 unità abitative per miglio quadrato, rispetto alle 116 del 2017, suggerendo che le strutture più recenti stanno raggiungendo comunità meno densamente popolate.

Anche la collocazione delle strutture proposte sta cambiando. Un’analisi del Pew Research Center dell’aprile 2026 ha rilevato che il 67% dei data center previsti negli Stati Uniti si trovava in aree rurali, rispetto al 13% delle strutture già esistenti. Ha inoltre rilevato che il 39% dei siti previsti era in contee prive di data center in attività. Il Sud e il Midwest rappresentano circa tre quarti delle strutture previste, con il Sud che da solo ne costituisce il 48%.

L’elettricità è un’altra possibile fonte di preoccupazione per le famiglie. I data center consumano molta energia per far funzionare i server e raffreddare le apparecchiature, e la loro connessione alla rete potrebbe rendere necessarie nuove centrali elettriche, linee di trasmissione e sottostazioni. Una stima del giugno 2026 del Lawrence Berkeley National Laboratory ha indicato che nel 2030 i data center potrebbero rappresentare dal 9,5% al 15,3% del consumo di elettricità degli Stati Uniti, con una stima centrale dell’11,8%. Il modo in cui verranno ripartiti i costi degli aggiornamenti della rete resta una questione importante per le aziende di servizi pubblici locali e gli organismi di regolamentazione.

I residenti che valutano una struttura proposta possono anche chiedere informazioni sulla fonte d’acqua e sui consumi previsti, soprattutto durante i periodi di siccità, oltre che sui limiti di rumore, i test dei generatori di riserva, gli orari di costruzione e le misure di mitigazione paesaggistica o altre protezioni per le abitazioni vicine. Queste informazioni potrebbero essere disponibili nelle domande di autorizzazione urbanistica, durante le riunioni di pianificazione, negli atti presentati alle aziende di servizi pubblici e nelle revisioni dei permessi ambientali.

L’analisi avverte che non tutti i data center sono dedicati all’intelligenza artificiale: le strutture supportano anche l’archiviazione cloud, i siti web e i servizi di streaming. Distingue inoltre i progetti proposti da quelli che hanno ottenuto le autorizzazioni necessarie, osservando che gran parte dell’espansione prevista è ancora in fase di pianificazione. Finora, le ricerche non mostrano un calo costante del valore delle case nelle vicinanze, ma non chiariscono i potenziali costi per le comunità legati alle nuove infrastrutture.

Fonti: Tom's Guide.